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MIA Fair Milano 2012

Padiglione 2 Stand 65

3 - 6 maggio 2011

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La galleria partecipa nuovamente a MIA Fair presentando due serie di stampe fotografiche rielaborate a carboncino della giovane artista Zoè Gruni:
Malocchio I_Los Angeles , 2011, carbone su stampa fotografica, 6 elementi, 90x90 cm.
Malocchio II _Città del Vaticano, 2011, carbone su stampa fotografica, 6 elementi, 90x90 cm.

Malocchio è un rumore che sale dal basso, una superstizione, un esorcismo dei deboli. Malocchio è una crepa nella terra, un sistema di protezione magico-religioso per affrontare l’imprevedibilità della vita e della natura umana. Un rito rurale per proteggere le vite di scarto, una bussola per orientarsi nel presente e nel futuro, una mappa comunitaria per sfamare il bisogno di significato, per prevedere la catastrofe. Forse un atto morale irrazionale, disordinato, ma certo una questione di appartenenza.

Il malocchio non è soltanto una superstizione di gente ingenua e poco istruita, una credenza confinabile all’interno della società contadina e destinata a scomparire, ma continua a vivere nella “modernità”. Malocchio è sia “l’occhiata” che il malessere che ne consegue, è qualcosa che uno “ha”, e qualcosa che uno “da”: causa e sintomo vengono chiamate con la stessa parola. Si potrebbe parlare di un fenomeno universale, dal momento che l’esistenza del Malocchio è testimoniata da un capo all’altro del mondo. Oggi il malocchio non è scomparso, si sposta, viaggia, si trasferisce nelle città, e nel suo disorientato emigrare incontra sempre nuove realtà, si trasforma, si mimetizza, e ibrida. Tanti malocchi diversi abitano la modernità, e nel prendere atto di questa molteplicità fallisce ogni tentativo di classificare questa entità mobile, immateriale. Illegittima quindi una condanna del malocchio in sé, da condannare sono coloro che lo trasformano in un’ossessione da temere, coloro che lo utilizzano per speculare sulla debolezza e la vulnerabilità delle persone. La credenza nel malocchio è da smascherare nel momento in cui genera fanatismo, nel momento in cui porta alla creazione di capri espiatori, nel momento in cui fa ammalare di paura, nel momento in cui risucchia le persone in un vortice di dipendenza. Ma quando non degenera in questo eccesso, il malocchio ci parla di una saggezza antica e assume quasi un ruolo pedagogico nel ricordarci che siamo creature relazionali e nello stimolarci a riflettere sui conflitti che scorrono fra le persone. 
Varie culture testimoniano che il guaritore, solo agendo sulla risoluzione del conflitto potrà guarire la malattia, e questo implica la collaborazione dell’intera comunità.

La prima fase del lavoro consiste nella scelta e nella ricerca del set, in questo caso si tratta di luoghi appartenenti al mio paese, l’Italia e altri appartenenti agli Stati Uniti, dove ho vissuto e lavorato fra il 2010 e il 2012. La seconda fase consiste nell’azione performativa, dopo di che c’è la documentazione dell’azione attraverso l’autoscatto fotografico e infine l’intervento di “mascheramento pittorico” attraverso l’uso del carbone su stampa fotografica.

Zoè Gruni (Los Angeles 2011)










 

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