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Gianni Colombo

retrospettiva 1959 - 1990

a cura di

MAURO PANZERA

1 ottobre 2010 - 21 gennaio 2011

Spazio_Curvo,_1990_alluminio,_animazione_elettromeccanica,_2_elementi,_2x195_cm.jpg Afterstructures,_1964-67,_legno_e_lampade_con_meccanismo_elettromeccanico,_60x120x10_cm.jpg

Gianni Colombo è uno degli artisti che, fra gli anni Cinquanta e Settanta, dimostra al livello più alto quella trasfigurazione dell’arte da forma di rappresentazione a esperienza percettiva, già iniziata con Duchamp agli inizi del XX secolo. In questo gioco di specchi in cui lo spettatore con la sua visione/azione sperimenta percezioni inattese di cui è parte integrante, Colombo è sicuramente un maestro.
All’interno di questo capovolgimento di fronte, che ha coinvolto e influenzato gran parte dell’arte contemporanea, si inserisce la retrospettiva dedicata a Gianni Colombo dalla galleria Il Ponte ad apertura della stagione autunnale, attraverso un nucleo di oltre venti opere che ripercorrono i momenti salienti del percorso dell’artista. Dai Rilievi intermutabili e dalle Strutturazioni pulsanti (1959), attraverso le Strutturazioni fluide (1960), le Cromostrutture (1961-70), le Strutturazioni ritmiche (1964-70) e gli Spazi elastici (1974-77), fino agli Spazi curvi (1990). E’ un racconto sintetico dove per gli ambienti percettivi vengono presentati attraverso alcuni modelli progettuali che, a distanza di oltre quarant’anni, rappresentano sicuramente gli elementi di maggior ascendenza sul successivo sviluppo dell’arte.


in collaborazione con:
Archivio Gianni Colombo, Milano
Fondazione Marconi, Milano

 

Testo in catalogo di Mauro Panzera
Poiché il biennio 1959/60 in arte segna una svolta talmente radicale rispetto alla produzione artistica immediatamente precedente da vagheggiare una rivoluzione – che si protrae ai nostri giorni, e non so con quanta freschezza ancora: gli artisti che quel biennio hanno segnato con la loro fantasia creatrice sono per noi padri ed insomma eroi.
In questo olimpo – minuscolo per anti-retorica – siede sicuramente Gianni Colombo. La sicurezza mi viene come attributo e giudizio spontaneo in quanto Colombo nel giro di meno di un decennio transita da una critica della superficie contemplativa alla costruzione di uno spazio agìto.
Va da sé che inizialmente l’opera investe la nozione di spazio e solo nella costruzione della relazione opera/fruitore Colombo scopre anche la disponibilità estetica della dimensione temporale; ma direi che, essendo così prossima alla indagine intorno alla percezione, tale aspetto della ricerca non verrà mai condotto radicalmente avanti. Resterà componente ineliminabile ma non focus poetico. Lo scorrere del tempo sarà sempre esperienza che riallaccia una relazione tra sogno artistico ed esperienza comune quotidiana; laddove la spazialità, la sua manipolazione proprio rispetto all’esperienza comune quotidiana, condurrà propriamente all’esperienza coscientemente estetica.
Essendo Milano il teatro d’azione, è necessario indicare nell’avventura artistica di Lucio Fontana il motore che ha costruito il clima atto all’accoglimento di queste nuove esperienze linguistiche, tutte segnate dal loro essere anti-Informel.
Va indicato inoltre quale seminatore di una attenzione scientifica, che al tempo era stata smarrita da parte degli artisti, Gillo Dorfles, se è grazie alle sue insistenze ed alla sua autorità intellettuale che l’editore Feltrinelli si accingeva a tradurre e stampare il testo fondamentale per questa vicenda, Arte e percezione visiva di Rudolf Arnheim, nel febbraio 1962 – solo due anni prima era stato tradotto il testo classico Film come arte che risaliva al 1932!!! In Italia tutto ciò si coagulò sotto l’etichetta di Arte programmata, che dominò il dibattito del Convegno di Verucchio del 1963.
Non so dire se Gianni Colombo conoscesse quei testi o ne avesse informazioni di seconda mano; sta di fatto che l’artista viveva già in un clima post-informale in quanto l’universo della visione era già in stretta relazione con il mondo della progettazione architettonica e del design, per via essenzialmente di suo fratello Giò Colombo, di lui maggiore di sette anni. L’universo artistico che aveva di fronte Colombo quindi non era in relazione al sistema classico delle arti, pur essendo stato allievo di Achille Funi!
Tra pittura e scultura si stava costituendo uno spazio espressivo che avrebbe finito per marcare il contemporaneo: Colombo inizia assumendo il feltro al posto della tela, un rettangolo in verticale che simulava lo spazio pittorico ma con la proibizione di potervi rappresentare alcunché. Infatti esibisce solo la propria natura materiale, la propria costituzione fisica: una dichiarazione minimale, una soglia oltre la quale l’artista si impegna nella costruzione di un nuovo universo espressivo, con forti implicazioni etiche. Già i Rilievi intermutabili, del 1959, recuperando la memoria dei bassorilievi di Arp, introducono la frattura radicale: bisogna agire sull’opera in quanto organismo in mutazione. Mentre si nega la contemplazione, si afferma al contempo che l’opera è un dispositivo per…una relazione ad altro da sé, cioè chi la sta guardando, esaminando, chi si accorge della sua esistenza fattuale ma ne opera anche una individuazione analitica e funzionale.
Colombo insisterà intorno a questa tipologia d’esperienza, restando per così dire legato formalmente alla tipologia “quadro”, ma già lo spazio che costituisce è un volume che include il corpo dello spettatore – una variante della piramide focale inversa di Mondrian. E infatti una serie di opere più legate all’esperienza percettiva si presentano come oggetti nello spazio, per esempio le Strutturazioni acentriche oppure come pannelli angolari simili a dispositivi tecnici. E’ vero che si tratta della parte più caduca e meno vitale della riflessione di Colombo, ma gli deve essere servita per convincersi al grande salto della costituzione di spazi artificiali entro cui far agire lo spettatore.
Un’esperienza singolare ed autonoma è costituita da una serie di opere che funzionano col medesimo principio autogenerante; si tratta delle Strutturazioni fluide, un nastro costretto a svolgersi entro una scatola di plexiglass che lo induce a disegnare figure le più varie ed apparentemente libere, senza la presenza del fruitore attivo. Non è escluso che il ciclo tardo, degli anni Novanta, relativo agli Spazi curvi trovi qui una radice immaginativa.
La prima formulazione compiuta della nuova concezione spaziale per Colombo sarà il celeberrimo Spazio elastico, inaugurale dell’arte ambientale. Seguiranno altre esperienze, legate al comune senso ed esperienza del movimento umano, formulazioni sempre più autonome dalle classiche categorie pittorico-scultoree, sempre più però aderenti al senso dell’esperire spazio-temporale dell’uomo, insomma un neoumanesimo che un paio di decenni fa, in un testo dedicato all’opera di Gianni Colombo allora vivo e come sempre generoso ed attento, tradussi nella locuzione: l’uomoazione. Sono ora sempre più consapevole che una radice autentica dell’artisticità di Colombo raggiunge la variegata esperienza futurista, l’unica autentica avanguardia dell’arte in Italia. E se la temporalità sta per la vita ed è allora acquisizione confermata; linguisticamente è lo spazio che deve essere abitato da una nuova serie di oggetti la cui natura metafisica sarà il compito della critica e dell’estetica indagare.

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