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Betti Mauro

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KUCCOSO,_2005,_sintetici_su_tela,_110x101_cm.jpg
ZOOT_VIII,_2005,_sintetici_su_tela,_100x100_cm.jpg
GNAM_II,_2006,_smalti_sintetici_su_tela,_cm_120x121.jpg
SLOM_VI,_2007,_smalti_sintetici_su_tela,_cm_130x141.jpg

Cheri,_2010,_sintetici_su_tela_130x130_cm.jpg
ZIZ,_2010_smalti_e_antirombo_su_tela_100x110_cm.jpg
Special,_2010,_sintetici_su_tela_45x46_cm.jpg
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Mauro Betti nasce nel 1951 a Cascina (PI), qui segue i corsi dell’Istituto d’Arte, per poi diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove tuttora insegna. Dopo un primo periodo in cui si occupa principalmente del design di oggetti e mobili, dai primi anni Ottanta si dedica esclusivamente alla pittura. In questo primo periodo lavora esclusivamente sulla carta, con matite, pastelli e cere, di cui presenta una prima esposizione nel 1984 alla Galleria Il Ponte di Firenze. Prosegue su questa linea per quasi tutti gli anni Ottanta, per poi affrontare la tela, prima attraverso la materia della pittura ad olio, poi dedicandosi sempre più a lavorare con gli smalti sintetici. In questi anni il suo lavoro viene presentato attraverso quattro cataloghi monografici alla Galleria Il Ponte, con cui partecipa anche alle Fiere di Milano e di Bologna.
 

Quella di Betti «[…] è un’astrazione alla rovescia, che non vuole limitare il proprio perimetro. Nelle sue opere sono segni, piccole icone, scorie, lacerti del figurale che si pongono in aperto dibattito con la materia della monocromia. Quella della tradizione novecentesca.
Sebbene non sia intento di Betti citare, ammiccare è come se nel suo lavoro, perfettamente metabolizzati, fosse possibile trovare una serie di momenti che aprono la riflessione sulla storia dell’arte e sul suo significato oggi.
Nei suoi dipinti è un repertorio ricco di tracce, appunto, di figurine di diversa natura e derivazione che si pone a confronto con una situazione spaziale che gli dà vita. Sostegno e punto di riferimento.
Gli elementi sono  protagonisti e vivono dello spazio in cui sono totalmente immersi, da cui in taluni casi paiono affiorare, come da un magma irregolare.
Le sue sono comparse, apparizioni. Le scorgiamo in zone marginali del dipinto tali da trasmettere un chiaro senso di spiazzamento. Si tratta di un equilibrio squilibrato.
In molti dei suoi dipinti agli angoli sono come delle barrette, si tratta di una scansione spaziale, una sorta di modulor, teso alla misurazione dello spazio. Un argine, un desiderio di segnare, che pare contenere la pittura nella sua dirompenza, nel suo uscire dagli schemi, dagli spazi determinati dall’incombenza del telaio.
In tutto questo le sue figure affiorano improvvise e appaiono allo sguardo che le cerca come indici, presenze murali.
Mauro Betti è un osservatore attento, si guarda intorno. La sua è un’operazione di filtro, come se raccogliesse tutti i simboli, i segni del suo circostante, per poi scartare quello a cui non è interessato e utilizzare il resto. In questo modo opera una sorta di riassunto, una sintesi, un’essenzializzazione di quelle migliaia di input, che ogni giorno ci vengono offerti in un mondo invaso dalle immagini: televisione, internet, informazione, comunicazione, pubblicità. Ogni giorno siamo sottoposti a una sorta di lavaggio del cervello, a un bombardamento sempre meno interessante, in cui alle immagini è attribuito un significato finalizzato alla persuasione più o meno occulta. Ma questa è storia vecchia ormai di quasi cinquant’anni. 
La sua è un’operazione di semplificazione complessa. Dove semplificare non è banalizzare, piuttosto alleggerire. Leggerezza da intendersi nel senso in cui la intendeva Italo Calvino nelle Lezioni americane. Per Betti è fondamentale riuscire a giungere al cuore, al nucleo delle cose, come se avesse bisogno di misurare il circostante per ingurgitarlo, farlo suo e quindi rielaborarlo.
Del resto la lettura dei manifesti, delle immagini che lo circondano e il loro conseguente riutilizzo è una pratica che ha segnato tutto il novecento dalle prime avanguardie in poi. Ma il suo interesse non è nei confronti delle zone colte del secolo che ci ha preceduto, quanto nei confronti della cultura materiale, della quotidianità. La sua attenzione è anche verso le persone e i loro schemi comportamentali.
Per le zone monocrome del dipinto Betti utilizza dei colori volutamente artificiali, il più delle volte esasperati: verde acido, arancione, rosa fuxia. Colori innaturali che, tuttavia, troviamo ogni giorno sul nostro cammino: nelle vetrine dei negozi, sulle pagine a colori dei rotocalchi, negli scaffali del supermercato. Sono i nostri colori di riferimento come il terra di Siena lo era per Simone Martini. Ancora una volta la partenza della sua ricerca è da rintracciare nel mondo.
Quella di Betti non è astrazione lirica, che va a toccare le corde dell’emozione e del sentimento, piuttosto sembra guardare con interesse a quanto è stato fatto negli ultimi quaranta anni dalla Pop Art al graffitismo. In cui la riproposizione divene, quasi automaticamente, trasformazione. Betti è affascinato dalla densità segnica di un Gastone Novelli per esempio.
Il suo è un lavoro che va oltre un ambito prettamente artistico, anche se il mezzo, la pittura è per eccellenza un medium dell’arte.
La storia dell’arte è per lui una sedimentazione, un substrato a cui non si fa riferimento in maniera diretta. […]»

Da Angela Madesani, Uno sguardo sul mondo: le opere recenti di Mauro Betti, Edizioni Il Ponte, Firenze 2006 
 

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