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Alberto Zorzi

sculture preziose

a cura di

ENRICO CRISPOLTI

3 dicembre 2005 - 14 gennaio 2006

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Nell’ambito di Close up, con Sculture preziose, gioielli e disegni-progetto di Alberto Zorzi, si è presentata l’attività orafa di questo scultore del microcosmo, che si cimenta nella creazione di forme scultoree da indossare, con estrema curiosità e notevole piglio inventivo.
Tra le trenta opere in mostra, gioielli-sculture in cui lamine lavorate in maniera versatile si accostano a volumi costruiti sulla plasticità dei solidi geometrici, si individuano spille, anelli, collane, bracciali e orecchini realizzati tra il 1981 e il 2004. I metalli - oro, argento incisi, graffiati, satinati - e le gemme - quarzo, malachite, onice, agata, cristallo di rocca dai tagli più bizzarri – si articolano su concavo e convesso, pieno e vuoto, chiaro e scuro, convivendo talvolta con  gli effetti cromatico-pittorici  degli smalti.
A completamento del percorso espositivo, erano presenti alcuni disegni-progetto, attraverso cui si rende più evidente il processo di complessa elaborazione concettuale e realizzativa di questi gioielli.
 
«Il suo lavoro di “artista-orafo” (nel senso di essere, originariamente, uno scultore tuttavia interamente e non soltanto occasionalmente nel tempo dedicatosi all’ambito orafo; secondo una distinzione che proposi nel 2001 nella mostra Immaginazione aurea. Artisti-orafi e orafi-artisti in Italia nel secondo Novecento, nella Mole Vanvitelliana ad Ancona) lo seguo dai secondi anni Ottanta. Alberto Zorzi uno scultore che ha infatti convertito la propria vocazione d’inventività plastica entro la dimensione del gioiello. Al contrario, per esempio, di quanto accaduto ad uno dei maggiori in quest’ambito, in Italia e in Europa, fra anni Cinquanta e Ottanta, quale è stato Edgardo Mannucci, che, mezzo secolo fa, nella pratica dell’immaginario orafo, ha introdotto, appunto da scultore, il rivoluzionario ruolo del valore espressivo della matericità del metallo prezioso (tradizionalmente apprezzato invece in una sua sublime politezza). Operando dunque sì, Mannucci, in un estremamente proficuo smarginamento creativo dal proprio lavoro di scultore ma in stretta coerenza linguistica rispetto a questo, interamente dedito, com’era, ad ordire grafiche trame segniche e materiche nello spazio, in allusività di dinamismo atomico e poi rotazioni cosmiche. Certamente fra i protagonisti plastici dell’Informale europeo storico.
Da una iniziale prevalente impostazione di intrecci plastici costruiti da corpose entità formali geometrizzanti, la sua immaginazione orafa, lungo gli anni Novanta del Novecento, si è sempre più arricchita di possibilità invece di vibranti e spesso quasi vibratili librazioni lamellari e di conformazioni di rilevanza fattasi assai più materica che formale, arricchendo dunque originalmente il proprio patrimonio inventivo. Giungendo anzi a caratterizzarlo in misura ormai molto personale e memorabile. E se inizialmente il suo immaginario orafo, formalmente, poteva apparire tributario ad una sua impostazione operativa di scultore, in un margine insomma che in qualche misura poteva apparire inventivamente deduttivo, in quanto è venuto realizzando lungo gli anni Novanta e oltre (e la cui originalità è stata riconosciuta non soltanto attraverso numerosissime esposizioni internazionali, ma anche con l’acquisizione di opere da parte dei maggiori musei, sia europei, sia in particolare nordamericani) la sua inventività plastica risulta invece interamente introiettata entro la pratica orafa, a liberarvi un immaginario che scavalca il riscontro formale attraverso l’invenzione strutturale sempre più aperta e la disponibilità alle suggestioni espressive materiche.
Che vuol dire proporre l’entità qualitativa dell’oggetto d’oreficeria al di là dei tipici valori di preziosità materiologica, sostituendovi quelli appunto dell’eccellenza della qualità inventiva formale, materica e materiologica. Di qui dunque una disponibilità del tutto nuova nelle articolazioni e negli snodi strutturali, fattisi di consistenza lamellare e di distensione lineare (in particolare in collane, serpentine o meandriformi, che sembrano coniugare il biomorfo e il meccanico), fra richiami quasi archetipi a strutture geometriche (in un suo bracciale del 1997 ritorna persino una memoria di mazzocchio) e aggregazioni materico-formali complesse (soprattutto nelle spille, ma anche in anelli impegnativamente autorappresentativi).
Il lavoro più recente di Zorzi, e in particolare dunque quello degli anni che aprono il nuovo secolo, si è sviluppato decisamente in questa direzione, in piena coerenza d’impostazione ma anche indubbiamente con una libertà nuova, che mi sembra abbia portato a maggiore e più originale consistenza d’immagine le invenzioni strutturali già precedentemente enunciate. Come è in particolare evidente nell’articolazione di modularità lamellari, risolte non più tanto serialmente in cadenze di setti iterati (sopratutto in flessibilissime collane), quanto organizzando componenti formali fra di loro fortemente differenziate d’un insieme interconnesso non più per compiti di serialità ma al contrario di differenziata concorrenza. Come nei profili, aerei o meno, della sky-line urbana.
E infatti proprio a una sorta di molteplicità di repertorio di visioni de “La città” si riferiscono queste nuove soluzioni, in spille in particolare, ma anche spericolatamente in anelli, fattisi perciò ancor più strutturalmente vistosi nella loro espansione plastica fortemente autorappresentativa. E la sfida che Zorzi scultore-orafo oggi si dà porta tale impostazione al livello dell’inedita complessità strutturale dei bracciali, d’argento o d’alpacca, che alla trama di profili de “La città” sempre immaginativamente si rifanno; quasi in sintonia con le spericolatezze strutturali che caratterizzano il libero plasticismo architettonico postdecostruttivo. Il tutto lavorando il metallo prezioso a grezzo, a ruvido, sfuggendo sempre tradizionali preziosità e lucentezze, ed esaltandovi invece immagine, forma, materia.
Sculture da indossare, dunque, veramente, le sue, entro il cui patrimonio iconico, dunque ora addensatosi, le suggestioni sono molteplici, sempre meno formali certamente, e sempre più invece, direi, comportamentali, cercando di connettere il flettersi strutturale e il dichiararsi materico delle componenti anche ad una condizione di nesso corporeo nell’uso effettivo del monile. Una sorta dunque di agilità di questo, come d’altra parte una sua connessione performativa anche nel rapporto d‘incidenza materico-luminosa. Nel modo cioè di come il trattamento materico del metallo prezioso, la particolare aggettivazione delle sue superfici solleciti particolari effetti di riflessione luminosa, che arricchiscono la qualità autorappresentativa di quell’invenzione plastica che è di volta in volta diversamente il gioiello di Zorzi.
E ciò in connessione anche alla varietà materiologica preziosa messa in campo: dall’oro al rame, all’acciaio, dall’ebano ai quarzi. Non che Zorzi si sia ormai abbandonato ad un puro materismo entro un puro materiologismo, ma certo affida all’espressività materico-luminosa l’evidenza dell’invenzione strutturale, alleggerita, librata, delle sue proposizioni, entro tuttavia una funzionalità espressiva che fa appello soprattutto alla complessiva suggestione iconica (né soltanto a quella de “La città”, seppure sovente in vario modo ricorrente). In una varietà e complessità di soluzioni strutturali entro la quale tuttavia a volte riaffiora anche una remota componente di conformazione plastica geometrizzante, ora tuttavia come precarizzata, quasi soggetta a metamorfosi.
E mi sembra che Zorzi stia vivendo una propria maturità di maestro e protagonista della più autenticamente inventiva artisticità orafa contemporanea. »

(Enrico Crispolti, Zorzi oggi, testo in catalogo)
 

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