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Achille Perilli

10 opere: 1953 - 1965

a cura di                                        

ANDREA  ALIBRANDI       

28 ottobre - 11 dicembre 2011

Senza_titolo,_1953,_tempera_e_china_su_carta,_18x23,5_cm.jpg
Senza_titolo,_1957,_tempera_e_china_su_carta,_32x48_cm.jpg
Buio_48,_1959,_chine_tecnica_mista_e_collage_su_tela,_25x35_cm.jpg
Senza_titolo,_1960,_tempera_su_carta,_34,5x_99_cm.jpg
La_firma_dellangelo,_1962,_tecnica_mista_su_tela,_40x30_cm.jpg

Senza_titolo,_1963,_china_tempera_e_porporina_su_carta,_33x26,4_cm.jpg
Un_po_di_noia,_1964,_tecnica_mista_su_tela,_25x40_cm.jpg
Il_culto_della_dissipazione,_1965,_tecnica_mista_su_tela,_50x40_cm.jpg
Senza_titolo,_1965,_china_tempera_e_pastelli_su_carta_49,2x64_cm.jpg
Il_modo_rosso,_1966,_acquaforte_e_acquatinta_a_pił_colori,_320x485_mm_su_carta_49x63,5_cm.jpg

 

All'interno della sequenza di Close up, nello spazio lounge della galleria, viene messo a fuoco il lavoro di giovani artisti o vengono presentati significativi nuclei di opere di artisti storici. In questa occasione vengono poste in primo piano dieci opere di Achille Perilli.

Queste dieci opere inedite, datate dal 1953 al 1966, illustrano un periodo estremamente vitale del lungo itinerario dell'artista (Roma, 1927), che nel 1947 è stato uno dei fondatori del gruppo Forma 1, insieme agli altri giovani artisti romani Carla Accardi, Pietro Consagra, Pietro Dorazio, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato: esperienza che proseguì per quattro anni con un carattere fortemente politico-culturale più che strettamente artistico.

Il nucleo si apre con una piccola opera del 1953, dove affiora la grande tradizione pittorica di cui Perilli si è nutrito: quasi una citazione da Klee. Nelle due opere successive del '57 e del '59 l'artista si apre ad un gesto informale, in cui segna la superficie pittorica con tratto sicuro, trovando strette assonanze nell'ormai diffuso tachismo transalpino. Ma nella splendida tempera su carta nera del 1960 Perilli definisce un linguaggio estremamente personale. Il segno vibrante e inquieto si sviluppa, attraverso una linea quasi continua, in una sequenza orizzontale di elementi, da cui pare trasparire la presenza di indizi figurali. Le nervose incisioni sul vellutato fondo nero della tempera troveranno ampio spazio nelle tele “incise” dei suoi “quadri murali” (dall'utilizzo della sabbia quale fondo per la pittura), come del resto vi si individua l'andamento a fasce. Questi segni apparentemente narrativi, come in La firma dell’angelo (1962) o in Un po’ di noia (1964) si dispongono poi nelle opere su carta e ne Il culto della dissipazione (1965) in successioni di immagini all'interno di strutturati spazi delineati, spesso con uno sviluppo orizzontale su strisce sovrapposte. Quasi predelle e strutture accessorie all'elemento centrale della raffigurazione (a mio avviso più vicine ai grandi polittici gotici che non alle vignette di un comic strip), dove l'invenzione strutturale lascia autonomo spazio all'espressione di un segno che, fondendosi con un colore ricco e vivace, costruisce e disgrega immagini con estremo arbitrio. Qui si arena la lettura iconografica, dando spazio al libero grande gioco della pittura.
 

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