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Abitanti Ambienti 2008

Leonora Bisagno   Letizia Renzini

5 - 16 febbraio 2008 

Matteo Baroni   Federico Gori   Francesco Ozzola

19 febbraio - 1 marzo 2008 

a cura di

SILVIA LUCCHESI

Leonora_Bisagno,_still_dal_video_Calco,_2007.jpg
Letizia_Renzini,_Tears_for_Johannesburg,_2008,_stampa_lambda_su_plexiglass.jpg
Matteo_Baroni,_Autoritratto,_2008,_ferro.jpg
Federico_Gori,_Dopo_un_battito_di_ciglia_ad_occhi_socchiusi,_2008,_stampa_lambda_su_plexiglass_e_smalto.jpg
Francesco_Ozzola,_Natural_Mystic,_2007,_stampa_lambda_su_plexiglass.jpg

La mostra Abitanti Ambienti 2008, curata da Silvia Lucchesi, articolatasi in due appuntamenti consecutivi, ha riunito i lavori di cinque artisti toscani: Leonora Bisagno, Letizia Renzini, Matteo Baroni, Federico Gori e Francesco Ozzola.
Seconda edizione del progetto iniziato a febbraio 2007, Abitanti Ambienti 2008 ha indagato la relazione del corpo con lo spazio e la natura attraverso personali visioni e interpretazioni. Il proprio corpo e quello degli altri, il confronto con la storia universale e personale, lo sguardo incantato di fronte ai fenomeni naturali sono temi analizzati dai cinque artisti con differenti mezzi, dal video alla fotografia, dalla pittura all’installazione alla scultura.


L’installazione e il video che Leonora Bisagno ha presentato in questa occasione sono opere incentrate sulla ricerca della materialità della luce e della visibilità di ciò che non è visibile. L’installazione One-Night-Stand consiste in una sorta di rifrattometro, strumento con il quale anticamente veniva studiata la luce. Ad un leggio per spartiti smontato e privato dell’elemento di appoggio superiore sono applicati dei piccoli prismi in plexiglass che illuminati da lampadine da lettura proiettano la loro ombra sulla parete retrostante. Il neonato oggetto riceve la luce e poi la restituisce in forme non tangibili, ombre e flebili colori che sono quelli dello spettro generato dalla rifrazione. La fascinazione di fronte a questo rudimentale strumento scientifico è un po’ quella che all’inizio del secolo gli sperimentatori devono aver provato per il mistero delle lanterne magiche, meravigliose macchine del protocinema. Qui, l’artista vive una simile attrazione per i marchingegni miracolosi con cui l’uomo ha inseguito l’immagine e i suoi fantasmi. “Quello che cerco è un po’ una riconquista del procedimento”, afferma.  Procedimento còlto, anzi messo a nudo, anche nel video Calco dove un albero viene filmato attraverso il vetro di una finestra sul quale si riflette la parete di mattonelle bianche della stanza. L’effetto è quello di una sorta di stratificazione immateriale, eppure visibile, dove la luce si fa sostanza: nello stesso istante convivono le immagini dell’oggetto (albero), il suo riflesso (proiezione) e il suo ritorno (ombra) che per via della fortuita preziosità del mondo visibile viene a combaciare con l’oggetto stesso.


Il lavoro che Letizia Renzini ha appositamente realizzato per questa occasione è legato ad una ricerca visiva e musicale sulla cultura nera alla quale l’artista si dedica fin da giovanissima.  Tears For Johannesburg*, progetto multimediale che comprende una performance, un video e alcune fotografie, prende le mosse dal ritrovamento di una serie di immagini di una prozia dell’artista scattate negli anni Cinquanta in Sudafrica dove essa si era trasferita. L’artista interviene sulle atmosfere di ingenuo stupore che pervadono questi antichi materiali privati nei quali la donna bianca sembra vivere la propria condizione di privilegio, incosciente (più che cinica) del dramma razziale di fronte ad una popolazione nera relegata a souvenir esotico e pittoresco. Queste immagini proiettate su di uno schermo sono la base iconografica e scenografica per l’azione di due danzatrici riprese in silhouette dalla macchina video e fotografica. Le loro ombre si inseriscono nella realtà fortemente connotata delle vecchie immagini in bianco e nero con la forza dello straniamento di luogo, di spazio e di dimensione quando i loro corpi, allontanandosi dalla fonte luminosa della proiezione, divengono presenze fantasmatiche, quasi astratte. Il controluce è un evidente riferimento ad alcuni esempi della cultura figurativa afroamericana quali i dipinti di Aaron Douglas, protagonista negli anni Venti dell’Harlem Renaissance, o più recentemente i video con le silhouette ritagliate e semoventi di Kara Walker. Nel caso delle quattro foto di dimensione maggiore, il bianco e il nero assumono valore simbolico ed emblematico attraverso la scelta di apporre sulle immagini superfici di plexiglas colorato giallo, rosa, blu e verde. Nei due video, attraverso l’elaborazione digitale e la sua relazione con il sonoro, il racconto delle ombre si fa più percepibile, palpabile.
* Tears For Johannesburg è un brano di Max Roach contenuto nell’album “We Insist! Freedom Now Suite” uscito nel 1960 per la Candid Records.


Vestita con gli abiti che l’autore usualmente indossa, giacca, maglione, jeans, sneakers, la figura assemblata da Matteo Baroni sta eretta nella classica posizione a chiasmo della tradizione scultorea, quella stessa del David di Michelangelo. Se il paragone non sembrasse altisonante, la si potrebbe definire un bronzo di Riace moderno. Lo scultore ha realizzato il proprio ritratto al naturale costruito saldando insieme numerosi pezzi di lamina di ferro, anche di piccole dimensioni, recuperati e trovati da raccoglitori o nei cantieri. Attraverso un processo lungo, faticoso, paziente, la figura è andata conquistando la propria dimensione spaziale lentamente, frammento dopo frammento, mentre il suo artefice assemblava e trasformava la materia ingrata e rugginosa plasmandola sul proprio corpo come fosse un calco. In una precedente installazione, Matteo Baroni aveva riempito il soffitto di uno spazio con volte a botte con una moltitudine di omini realizzati col filo di ferro che vivevano un mondo ribaltato rispetto al visitatore. Li si guardava affaccendati com’erano in tante posizioni/azioni attraverso uno specchio che rifletteva, raddrizzandole, le loro silhouette. Anche in quell’occasione ricordo che ciò che più mi colpì fu il controllo esercitato dall’artista sulla materia. Adesso, un pezzo di grondaia diventa una gamba dei pantaloni con le pieghe all’altezza del ginocchio. La figura è ricca di dettagli ma non cerca il naturalismo: le unghie delle dita, le pupille, le palpebre, i capelli, le stringhe delle scarpe, lo stesso caldo colore bruciato del ferro le donano una certa qual grazia ed essa si offre allo sguardo dello spettatore nella sua dimessa e semplice umanità

 
L’immagine fotografica è quella dell’interno di un bosco, con i tronchi svettanti verso l’alto e le fronde tanto fitte che a stento si insinua la luce di un giorno soleggiato. Ciò che interessa a Federico Gori tuttavia non è la rappresentazione di un paesaggio vibrante in quanto luogo fisico. C’è uno scarto che egli è andato cercando e che sta nell’interesse per il confine tra natura e artificio, tema al centro del suoi lavori recenti. Qui, quell’impercettibile crinale è risolto attraverso la scelta dell’inquadratura diagonale ottenuta fotografando non direttamente il paesaggio del bosco ma la sua immagine riflessa su una superficie di alluminio specchiante. L’uso del medium fotografico viene ulteriormente rielaborato con l’apposizione di una scrittura a smalto bianco di segni che sono una sorta di minuta e ordinata grafia di un misterioso alfabeto che caratterizza il lavoro dell’artista fin dai suoi esordi. Tutta l’arte di Federico Gori si muove tra questi binomi apparentemente inconciliabili: natura e artificio, figurazione e astrazione, rigore del segno e interesse per una libertà di tipo informale. Tali opposti si fondono in un sentimento di straniamento e in atmosfere visionarie, pulsanti, evocative. Le stesse cercate e trovate nel video Zerkalo dove un paesaggio lacustre penetrato da una ripresa ravvicinata della telecamera è sottoposto a rielaborazioni elettroniche che lo privano dei colori originali, lo tinteggiano di nuovi e lo gremiscono, a tratti, di fulminee apparizioni grafiche, bianche rosse e blu, talvolta assimilabili a microrganismi, o ad esseri vegetali e animali, tal’altra a deterioramenti del supporto come fossero graffi e imperfezioni di una vecchia pellicola.
 

Il lavoro di Francesco Ozzola investe la natura muovendosi sul sottile crinale di demarcazione tra realtà e finzione. Presentato qui per la prima volta, Natural Mystic riunisce tre immagini che sono paesaggi di invenzione, fotomontaggi realizzati utilizzando numerosi particolari di fotografie scattate dall’artista in diverse occasioni, tempi e luoghi. In Rose la montagna di Pomonte all’Isola d’Elba si staglia su di un cielo messicano ed è costellata da un’infinità di fiori del giardino di casa dai vivaci colori: petunie, rose, gerani, zinie, papaveri, tagetes. Verde invece è una ripresa da vicino di un fiume, l’Arno a Stia, lambito da una vegetazione acquatica nella quale si scorgono un cappero e degli improbabili fiori fucsia. Al centro del trittico sta Wat Phra Kaew, raffigurazione di un incanto dove tra le nuvole chiare e vaporose galleggiano senza peso fiori gialli e fucsia e alcune figurine tratte dalla decorazione parietale con la storia del popolo tailandese del Palazzo reale di Bangkok. I paesaggi di Francesco Ozzola sono percorsi di conoscenza, iniziatici, dove l’esotico e il lontano si mescolano con il familiare e il consueto arrivando a costruire un personalissimo viaggio visivo e mistico. Nello stesso senso sono da leggere le sue registrazioni video di fenomeni atmosferici colti nel loro manifestarsi subitaneo quali la pioggia, il vento, lo scorrere delle nubi, l’apparire dei raggi del sole tra le fronde fitte degli alberi. Lo sguardo sulla natura, sia nel suo apparire fenomenico sia essa ricostruita e rielaborata, è caratterizzato da un sentimento di incantata meraviglia che continuamente si rinnova nell’abbandonarsi al fluire del tutto.
 
 

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